Nella pratica clinica mi capita spesso di incontrare persone che vivono relazioni di coppia che generano sofferenza, confusione e un senso crescente di smarrimento. Sono relazioni che non nutrono, non sostengono, non fanno crescere: relazioni disfunzionali, oggi spesso chiamate “tossiche” nel linguaggio comune. La caratteristica centrale è che, nonostante il dolore, la persona fatica a interrompere il legame. È il paradosso del “perché restiamo dove soffriamo”.
LE DINAMICHE DI UNA RELAZIONEDISFUNZIONALE
Una relazione disfunzionale non nasce da un singolo episodio, ma da un ciclo che si ripete: momenti di forte vicinanza e idealizzazione, seguiti da distacco, svalutazione, conflitti e riavvicinamenti improvvisi. Questo andamento intermittente crea una dipendenza emotiva che confonde e consuma.
Sono relazioni che consumano!
Come riconoscerle e uscirne:
- si perde progressivamente la propria voce,
- si giustificano comportamenti che prima sembravano inaccettabili,
- si vive in attesa del “momento buono”,
- si teme la solitudine più della sofferenza.
ATTACCAMENTO, SCHEMI E SCELTE DI COPPIA
Per comprendere davvero perché queste relazioni si instaurano e perché diventano così difficili da lasciare, è necessario guardare alla storia affettiva della persona. Nella prospettiva cognitivo‑comportamentale, gli schemi relazionali appresi nella famiglia d’origine influenzano profondamente ciò che percepiamo come “normale”, “familiare” o “accettabile”. Lo schema è una regola interna che impariamo da bambini su come funzionano le relazioni e su chi siamo dentro quelle relazioni. Non è qualcosa che si sceglie: è un copione che il nostro sistema emotivo ha memorizzato per proteggerci e continuiamo a ripetere automaticamente.
Ecco perché parliamo di attaccamento, schemi e scelte di coppia. Se una persona ha sperimentato un attaccamento insicuro — ansioso, evitante o disorganizzato — tenderà a ricercare inconsciamente dinamiche simili nelle relazioni adulte. Non perché siano sane, ma perché sono conosciute. In altre parole, l’attaccamento guida le nostre scelte, spesso più di quanto crediamo.
In sintesi: non si “sceglie il dolore”: si sceglie ciò che si conosce, ciò che il sistema emotivo ha imparato come “normale”.
CICLO DELLA VIOLENZA (di Lenore Walker)
1. Fase della tensione crescente: l’aggressore diventa irritabile, controllante, critico. La vittima vive in ipervigilanza, “cammina sulle uova”, cerca di evitare il conflitto e si colpevolizza. Clinicamente: aumento dell’ansia, deterioramento dell’autostima, adattamento forzato
2. Fase dell’esplosione/agito violento: la tensione sfocia in violenza fisica, psicologica, sessuale o economica. La vittima può sperimentare paura intensa, dissociazione, blocco emotivo. Clinicamente: sintomi simili al PTSD, confusione cognitiva, paralisi comportamentale.
3. Fase della riconciliazione (luna di miele): l’aggressore si mostra pentito, affettuoso, promette cambiamento. La vittima, confusa, spera che “questa volta sarà diverso”. Clinicamente: rinforzo intermittente, dipendenza affettiva, difficoltà a riconoscere l’abuso.
Alcuni autori aggiungono questa quarta fase:
4. Fase della calma apparente: Dopo la riconciliazione, la relazione sembra “normalizzarsi”, ma è solo una tregua: la tensione ricomincia a crescere e il ciclo riparte, spesso con intensità maggiore.
PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE USCIRNE
Le ragioni per cui una relazione disfunzionale diventa così difficile da interrompere sono molteplici e spesso si intrecciano tra loro:
- Rinforzo intermittente: l’alternanza tra vicinanza e distanza crea una forte dipendenza emotiva.
- Speranza di cambiamento: la convinzione che “prima o poi andrà meglio” mantiene la persona nel legame.
- Paura della solitudine: la relazione diventa un rifugio, anche quando è fonte di sofferenza.
- Credenze disfunzionali: pensieri come “non merito di meglio”, “è colpa mia”, “Se lo lascio, nessuno mi amerà più”, “Devo essere paziente, è colpa del suo passato”, “Non posso buttare via tutto quello che abbiamo vissuto” mantengono la persona nel legame, rafforzando l’idea che restare sia l’unica possibilità.
Un ultimo aspetto — fondamentale, anche se spesso meno visibile — riguarda l’attaccamento insicuro o disorganizzato (si sviluppa in contesti di forte instabilità, traumi o figure di riferimento spaventanti) e il modo in cui la nostra storia affettiva continua a influenzare le relazioni adulte. Quando abbiamo un attaccamento insicuro o disorganizzato tendiamo a legarci a persone che, senza che ce ne rendiamo conto, riattivano emozioni già sperimentate in passato. In queste dinamiche, il partner finisce per rappresentare proprio quel bisogno affettivo che non abbiamo mai davvero risolto, e lasciare la relazione significa rinunciare alla speranza — spesso inconscia — di colmarlo. Quando il partner attiva gli stessi bisogni e le stesse ferite vissute con il genitore, la persona rivive le emozioni dell’infanzia: è come se corpo e mente riconoscessero quel copione e ci riportassero dentro le stesse sensazioni di allora. Per questo il legame diventa così difficile da lasciare: non stiamo solo lasciando una persona, ma un pezzo della nostra storia affettiva. È davvero un legame difficile da spezzare!
COME INIZIARE A LIBERARSI: LAPROSPETTIVA COGNITIVO‑COMPORTAMENTALE
Il percorso terapeutico aiuta a:
- riconoscere le dinamiche disfunzionali
- identificare gli schemi di attaccamento che si riattivano
- ristrutturare le credenze che mantengono la dipendenza emotiva
- ricostruire confini personali e autostima
- sviluppare nuove modalità di scelta e relazione.
La terapia non cancella la storia, ma permette di riscrivere il modo in cui quella storia influenza il presente.
CONCLUSIONE
Le relazioni disfunzionali non sono un fallimento personale: sono il risultato di schemi appresi, bisogni profondi e tentativi di riparare ferite antiche. Comprenderle è il primo passo per uscirne. E quando la persona inizia a vedere con chiarezza ciò che accade, può finalmente scegliere una relazione che non intrappola, ma sostiene.
E anche se il percorso può sembrare complesso, ogni passo di consapevolezza apre uno spazio nuovo: la possibilità di costruire relazioni che non feriscono, ma nutrono. Il cambiamento è possibile, e spesso inizia proprio dal momento in cui decidiamo di guardarci con più gentilezza e verità.
NOTA - Sintesi dei principali tipi di attaccamento:
Attaccamento sicuro: si sviluppa quando il bambino riceve cure coerenti, affetto e disponibilità emotiva. Da adulti, questo si traduce in relazioni stabili, fiducia nel partner e capacità di gestire i conflitti senza paura di perdere il legame.
Attaccamento insicuro-ansioso: nasce da cure imprevedibili: a volte presenti, a volte assenti. Da adulti si manifesta con paura dell’abbandono, bisogno costante di conferme, idealizzazione del partner e difficoltà a lasciare relazioni che fanno soffrire.
Attaccamento insicuro-evitante: deriva da figure di accudimento distanti o poco emotive. Da adulti porta a evitare la vulnerabilità, temere la dipendenza emotiva e scegliere partner non disponibili, mantenendo relazioni “a distanza” anche quando si desidera vicinanza.
Attaccamento disorganizzato: si sviluppa in contesti di forte instabilità, traumi o figure di riferimento spaventanti. Da adulti si traduce in relazioni intense e caotiche, oscillazioni tra bisogno di fusione e fuga, difficoltà a fidarsi e a costruire stabilità.
