Ci sono momenti in cui la mente sembra accendersi da sola, senza un vero motivo. Un pensiero ne richiama un altro, poi un altro ancora, e in pochi minuti ci si ritrova intrappolati in un flusso continuo di “e se…?”, “forse avrei dovuto…”, “non dovevo dire quella cosa…”. È l’overthinking: un meccanismo mentale che consuma energie, aumenta l’ansia e ci allontana dalla vita che vorremmo vivere.
Come psicoterapeuta cognitivo‑comportamentale, vedo spesso quanto questo processo sia subdolo. Non nasce da una fragilità, ma da una caratteristica molto umana: il bisogno di sentirsi al sicuro. La mente pensa, ripensa, analizza e controlla perché crede di proteggerci. Il problema è che, nel tentativo di prevenire ogni possibile rischio, finisce per crearne uno nuovo: l’ansia stessa.
PERCHÉ L’OVERTHINKING CI INTRAPPOLA
Dal punto di vista cognitivo‑comportamentale, il rimuginio è un comportamento mentale che si auto‑alimenta. Più ci pensiamo, più il pensiero sembra importante. Più cerchiamo una soluzione perfetta, più ci convinciamo che esista davvero. E più cerchiamo di “chiudere il cerchio”, più il cerchio si allarga.
Il corpo, nel frattempo, risponde come se ci fosse un pericolo reale: tensione muscolare, respiro corto, difficoltà a concentrarsi. È come se la mente fosse convinta che stiamo per affrontare qualcosa di grave, quando in realtà stiamo solo affrontando un pensiero.
IL RUOLO DEI PENSIERI AUTOMATICI
L’overthinking non nasce da una riflessione profonda, ma da pensieri automatici che scattano senza che ce ne accorgiamo. Sono veloci, credibili, spesso catastrofici. “Se sbaglio, sarà un disastro”, “Se non controllo tutto, andrà male”, “Se non capisco subito, significa che non sono capace”.
La CBT lavora proprio qui: non sul contenuto dei pensieri, ma sul loro funzionamento. Non si tratta di convincersi che “andrà tutto bene”, ma di imparare a riconoscere quando la mente sta correndo troppo e riportarla a un ritmo più umano.
FERMARE LA CORSA: SI PUÒ
Ridurre l’overthinking non significa smettere di pensare, ma pensare in modo diverso. Una delle prime strategie è interrompere il tentativo di risolvere tutto nella mente. Il rimuginio è una falsa soluzione: sembra attivo, ma non porta mai a una decisione. Per questo, in terapia, insegno a spostare l’attenzione dal pensiero all’azione. Anche un gesto minimo: alzarsi, bere un bicchiere d’acqua, fare una passeggiata, può spezzare il ciclo.
Un altro passaggio fondamentale è imparare a distinguere tra ciò che è utile e ciò che è solo rumore mentale. Non tutti i pensieri meritano la stessa attenzione. Alcuni sono segnali, altri sono solo un eco. Alcuni ci guidano, altri ci confondono. Riconoscerlo è già un atto di libertà.
TORNARE PRESENTI
L’overthinking vive nel futuro e nel passato. La mente corre avanti per prevedere, o indietro per correggere. Il presente, invece, è spesso silenzioso. E proprio per questo è il luogo in cui possiamo ritrovare calma. Tecniche come il grounding, la respirazione consapevole o la focalizzazione sensoriale non servono a “svuotare la mente”, ma a riportarla dove il corpo è già: qui.
PER CONCLUDERE:
L’overthinking non è un difetto. È un tentativo di protezione che ha imparato a funzionare troppo. Con la terapia cognitivo‑comportamentale è possibile allenare la mente a rallentare, a scegliere quali pensieri ascoltare e a lasciare andare quelli che non servono. Non si tratta di diventare “più forti”, ma più presenti. E quando la mente torna presente, torna anche la possibilità di vivere con più leggerezza.
